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Calcio solidale inFest2016: al via i tornei. “Un modello vincente”

Fino a sabato 28 maggio

Palla al centro per i due tornei di calcio a 8 interculturale e calcio a 5 integrato in occasione del primo Festival nazionale del Calcio solidale inFest2016. Undici i team in campo, ma soprattutto undici storie diverse di integrazione e interculturalità.

Appassiona, tiene col fiato sospeso per 90 minuti, ma soprattutto unisce e abbatte le barriere. È il calcio solidale che da oggi fino a sabato 28 maggio ha riunito a Roma tutte le realtà sportive sociali attive nella capitale nel primo Festival nazionale del Calcio solidale. Un’iniziativa, il Calcio solidale inFest2016, che oltre a due tornei di calcio a 8 interculturale e calcio a 5 integrato, ha un fitto programma di iniziative divise tra gli studi di Cinecittà e i campi sportivi di Cinecittà Bettini. Spazio anche al cinema, con 11 cortometraggi e 8 lungometraggi in concorso che raccontano il calcio da nuove prospettive. Il fischio d’inizio, però, è per prime le undici squadre in campo per i due tornei. Per il torneo di Calcio a 8 Interculturale in campo FRS Sporting United, Liberi Nantes, Totti Soccer School, Spartak Lidense, Asinitas, CAGMania, EthioRoma e Rappresentativa CAS. Poi il torneo di Calcio a 5 Integrato con la Totti Soccer School, Calcio Sociale, Autistic Football Club e Super-Reattivi con la partecipazione di Simone Perrotta dell’Associazione Italiana Calciatori.

“Oggi in campo abbiamo svariate nazionalità – racconta Rino Di Costanzo, mister del FRS Sporting United che insieme a Sohrab Heiari e Morteza Husseini guida la squadra a circa sei anni -. Abbiamo il Togo, il Senegal, la Costa d’Avorio, l’Afghanistan, il Camerun e anche l’Italia. Hanno dai 18 ai 25 anni. La maggior parte di loro sono rifugiati, altri sono in attesa della decisione della Commissione”. La FRS Sporting united è una delle squadre impegnate nel torneo di calcio interculturale di oggi. “L’esperienza nasce da un progetto finanziato dal comune di Roma per fare delle attività all’interno di un centro di accoglienza. Attraverso la cooperativa Eureka I siamo entrati nel Centro Enea e abbiamo iniziato con un campo di calcetto realizzato lì. L’obiettivo era di portarli verso il territorio dove vivevano. Un centro di accoglienza è una sorta di ghetto. Attraverso il calcio siamo riusciti a creare una squadra per partecipare ad un campionato dell’Aics, l’Associazione italiana cultura e sport, e con questa prima esperienza si sono costruite reti di relazioni che hanno permesso al progetto di continuare a vivere, fino a farla diventare non più la squadra del centro Enea, ma quella squadra fatta da rifugiati politici, migranti e italiani arrivata fino ad oggi”. Il calcio non è però la loro attività principale. “Qualcuno lavora facendo traslochi nei weekend – racconta Di Costanzo -, c’è chi lavora nei bar dei centri commerciali, qualcuno è in attesa che si risolva la propria questione burocratica”. Eppure, quando entrano in campo, danno del filo da torcere. “So’ forti – aggiunge il mister -, anche se a volte dal punto di vista tattico abbiamo avuto difficoltà con alcune squadre italiane che avevano già esperienza e sapevano stare meglio in campo”.

Con un po’ di esperienza in più, i giovani calciatori del Liberi Nantes Football Club, la prima squadra di calcio in Italia interamente composta da rifugiati e richiedenti asilo. Nato nove anni fa, il team romano è impegnato dal 2008  nel campionato di terza categoria regionale della Figc. E i risultati, agonistici e di integrazione, parlano chiaro. “Quest’anno abbiamo finito il nostro ottavo campionato in terza categoria – racconta Alberto Urbinati, presidente di Liberi Nantes -. Giochiamo fuori classifica perché i ragazzi sono richiedenti asilo e quindi la maggior parte di loro non ha documenti. La Federazione ci fa giocare nel -campionato ufficiale, ma senza entrare in classifica. La squadra ha giocato bene, potevamo essere terzi in classifica e fare i playoff per essere promossi. In compenso abbiamo vinto la coppa disciplina, i ragazzi sono stati la squadra più disciplinata di tutta la terza categoria romana. Su 63 squadre partecipanti sono stati la squadra più corretta”. Il team si allena nel campo XXV Aprile, a Pietralata. “Uno spazio abbandonato che noi stiamo recuperando e migliorando di giorno in giorno, coinvolgendo i ragazzi dei centri di accoglienza che lavorano gratuitamente in quest’opera di recupero”.

Ad indossare la maglia del Liberi Nantes sono soprattutto ragazzi dell’Africa occidentale sub sahariana provenienti dai centri di accoglienza sparsi in tutta Roma. Giocano prima di tutto perché hanno voglia di farlo e di divertirsi insieme agli altri. “Spesso stando nei centri di accoglienza non c’è contatto con la realtà che li circonda – racconta Urbinati -. Sono realtà chiuse e a volte sono anche loro ad autorecludersi perché quello che c’è fuori li spaventa”. Ed è così che il calcio non diventa solo un passatempo, ma un modo per integrarsi col tessuto cittadino. “Gli si dà un’occasione di interpretare e capire un po’ di più il mondo che li circonda – aggiunge Urbinati – e li incoraggiamo a mettere la testa fuori e capire dove sono”. Un’esperienza, quella di entrare a far parte di una squadra di calcio, che aiuta molti a intraprendere un proprio cammino. Tra i tanti che sono passati per la Liberi Nantes, oggi “molti sono diventati mediatori culturali, lavorano nelle commissioni che esaminano le domande d’asilo, o mediazione culturale nei centri di accoglienza”. C’è anche chi oggi gestisce attività di ristorazione, ma tra di loro c’è pure chi ce l’ha fatta e ha “sfondato” nel mondo del pallone. “C’è stata un’esperienza lo scorso anno – racconta Urbinati -. L’allenatore si è accorto che un ragazzo era di un livello molto superiore agli altri. È stato segnalato e ora è in prova nella primavera della Roma”.

Per Giorgio Sena, dell’International Asinitas, un’altra delle squadre impegnate nel torneo interculturale, quello del calcio è un esempio di integrazione che funziona e che può essere facilmente esportato altrove. “È un modello che si può moltiplicare – racconta Sena -. È una delle chiavi per l’emancipazione per chi sta nelle fasi iniziali e nella situazione precaria di un richiedente asilo o rifugiato”. Con i richiedenti e i rifugiati, l’associazione Asinitas lavora a Roma da circa 10 anni con una scuola di italiano a Garbatella. Ed è lì che è nata l’idea di formare una squadra circa 5 anni fa. Oggi, grazie al municipio VIII di Roma, hanno una sede stabile dove poter fare gli allenamenti. “I nostri hanno voglia di giocare a calcio – racconta Sena -. Quando gli si dà un’occasione di giocare sul serio, in un campo bello, con una divisa e uno spirito agonistico, si divertono molto. Poi hanno cominciato a sposare il nostro progetto. Prima era solo il piacere di una partita, ora è un gruppo, una vera squadra e si identificano non solo con i colori della maglia, ma anche con i valori dell’associazione”.

L’ultimo arrivato sulla scena del calcio solidale a Roma, ma con un promettente futuro, è l’Autistic Football Club. Lo affermano i suoi numeri, cresciuti nel giro di qualche mese, e il tifo da stadio che si portano dietro a tutti gli incontri. “Nasciamo da un’esperienza curiosa – racconta il centrocampista Giuseppe Levanto, un educatore professionale –: durante la giornata del WAAD (World autism awareness day – Giornata mondiale della consapevolezza dell’autismo) è stata indetta una triangolare di calcio tra ordine degli psicologi e giornalisti e a noi è venuto naturale coinvolgere i ragazzi. Oggi abbiamo 14 ragazzi dai 16 ai 44 anni con diagnosi di autismo ad alto funzionamento, cioè senza bisogno di supporto intensivo, e un gruppo tra educatori, psicologi e simpatizzanti che in totale si arriva a quasi 40. Ci vediamo tutti i martedì per gli allenamenti. Per noi il mezzo calcio è stato un ulteriore motivo per lavorare sulle abilità sociali e comunicative dei ragazzi. Accanto al calcio abbiamo altre attività, come gli aperitivi del mercoledì pomeriggio, cene un paio di volte al mese”.

Un impegno che per molte famiglie è diventata una passione, ma anche un aiuto prezioso soprattutto per chi dei figli con autismo maggiorenni. “Fino ai 18 anni c’è un contenitore a livello occupazionale quantitativo di tempo: è la scuola. Dopo è veramente un grosso punto interrogativo, soprattutto per l’autismo ad alto funzionamento – racconta Levanto -. Per chi non ha la possibilità dei percorsi che siano lavorativi o assistenziali a carico delle famiglie è molto complicato”. Per Levanto è un’esperienza “vincente”. “Per noi è diventata una valvola di sfogo che ci aiuta a fare meglio il lavoro quotidiano – racconta Levanto -. È alienante per i ragazzi fare sempre gli stessi percorsi terapeutici, ma è alienante anche per il terapeuta. E capisci che ci sono possibilità che non hai mai valutato. Il calcio per loro è complicatissimo perché bisogna capire le intenzioni dell’avversario e anche del compagno di squadra. È molto impegnativo, ma la risposta è positiva: c’è una motivazione e un entusiasmo che non è mai crollato, anzi”.

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