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Cambiare il mondo con un click

Dallo stop al vitalizio per gli ex parlamentari condannati alla cancellazione della pena di morte per un blogger iraniano: Change.org sembra poter realizzare il sogno della democrazia diretta attraverso le petizioni degli utenti. Grazie a un innovativo modello di business
«Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo». Nel 2007 Ben Rattray decise di prendere in parola il Mahatma Gandhi, dopo che suo fratello gli aveva rivelato la propria omosessualità confessandogli tutta la frustrazione per l’indifferenza generale nei confronti del tema della discriminazione. Così, buttati all’aria gli studi economici – a Stanford, l’università dei geni del Web, e alla London School of Economics – Rattray iniziò a lavorare alla nascita di Change.org (guarda il sito), la piattaforma online che accoglie le petizioni di chi vuole provare a cambiare il mondo con un click.
Presente in oltre 200 Stati e con staff in 20 Paesi, in Italia ha da poco trionfato nella battaglia per l’abolizione del vitalizio pubblico agli ex parlamentari condannati in via definitiva: sono state 522 mila le firme al testo proposto da Libera e Gruppo Abele, divenuto legge all’inizio dell’estate. «La nostra missione è fare in modo che proporre e realizzare i cambiamenti attraverso Internet diventi sempre più parte della vita quotidiana: per farlo è necessario che sempre più persone abbiano la possibilità di presentare le loro petizioni», dice Elisa Liberatori Finocchiaro, Country Lead della divisione tricolore composta da quattro persone. Con un passato tra Fao e Medici senza frontiere, la manager italiana segna subito la differenza tra Change.org e altre forme di “volontariato”: «Il modello delle organizzazioni mi è sempre sembrato top-down, assistenzialista. Noi diamo la possibilità alle persone di aiutarsi da sole».

Come funziona Change.org? E qual è il vostro ruolo?
Chiunque può pubblicare una petizione, non ci sono filtri. Il nostro lavoro è identificare quelle con un potenziale superiore: le prendiamo, magari le riformuliamo, ne supportiamo la promozione, correggiamo il tiro, indicando se necessario il decisore più adatto a cui indirizzarle, e poi la segnaliamo ai media e ai nostri quasi quattro milioni di utenti. Come si sceglie la petizione “giusta”? Per una proposta di successo sono importanti empatia e risonanza: è essenziale che ci sia una storia personale forte dietro alla richiesta, per suscitare il coinvolgimento su temi che comunque devono essere di interesse per un pubblico ampio. L’obiettivo è arrivare alla “vittoria”, cioè l’accoglimento da parte del decisore proposto. Ma bisogna creare un impatto: una petizione che chiede lo stop alla fame nel mondo non serve a niente. La misurabilità e l’ottenibilità del risultato sono parametri fondamentali.
Le firme sono valide per legge?
Abbiamo sistemi automatici e manuali per la verifica: a ogni persona corrisponde un solo indirizzo email. Ci sono stati casi di petizione protocollate in Parlamento (come quella sul vitalizio, presentata ai presidenti delle Camere, ndr) o da altri enti, ma la nostra molla è la popolarità. L’attenzione mediatica crea la pressione che serve per raggiungere gli obiettivi.
Più di 400 vittorie su 25 mila petizioni in Italia, 10 mila su un milione nel mondo. Alle altre che succede?
Rispondo con degli esempi. Giannina Calissano è la mamma di una vittima della strada che chiede l’introduzione del reato di omicidio stradale: non ha ancora vinto, ma ha ottenuto dal ministero dei Trasporti la promessa di un risultato entro fine anno. Andreas Ceschi, invece, per un errore burocratico della banca rischia di perdere la casa: continua ad aggiornare i firmatari sulla sua battaglia legale e ha una comunità che lo supporta. È un aspetto importante quello del sostegno. Come per Paola Armellini, che ha perso il figlio mentre montava il palco del concerto di Laura Pausini, e da due anni ha un gruppo di persone che la sostengono e le scrivono.
Non siete un ente non profit, ma una B Corporation. Che cosa vuol dire?
Se fossimo stati una ong, non avremmo potuto avere la stessa missione che abbiamo oggi. Offriamo servizi alle organizzazioni (oltre 200 nel mondo, tra cui Amnesty, Peta, Wwf, Oxfam e Medici senza Frontiere, ndr) permettendo loro di mettersi in contatto con gli utenti particolarmente interessati ad alcuni temi. In più c’è un sistema di petizioni sponsorizzate da parte delle aziende o dei privati, che possono fare piccole donazioni a sostegno di una petizione per promuoverla al pubblico. Questo modello di business è unico nel nostro settore e ci permette di rimanere aperti alle proposte di cambiamento di ogni tipo. La definizione di “impresa sociale” segnala che il nostro obiettivo è quello di portare effetti positivi sulla società: reinvestiamo tutti i profitti all’interno dell’azienda, e abbiamo ricevuto premi per il nostro impatto sulla comunità.
Quali sono i campi di maggiore interesse per il pubblico italiano?
Gli interessi si ampliano di continuo, c’è persino chi ha chiesto che la nuova sigla di Lupin III non venisse cantata da Moreno (32 mila sostenitori, ndr). Storicamente, politica, giustizia economica, scuola, diritti degli animali e umani sono gli argomenti con più risonanza. A settembre abbiamo lanciato il Decision Maker Tool, uno strumento con cui colloquiare direttamente con i decisori: i primi ad aderire sono stati Trenitalia e Luigi De Magistris.
Come si spiega il successo in Italia?
Nella Penisola raggiungiamo ormai il 10% degli utenti Internet. Abbiamo preso la storica voglia di cambiamento del popolo italiano, staccandola però dalle tradizionali affiliazioni: partiti, sindacati, Chiesa. C’è una sola risposta alla sfiducia diffusa: non quella di andare all’estero, è una scelta riduttiva. Meglio fare proposte e raccogliere adesioni attorno alle proprie idee.

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