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La disintermediazione sociale de “L’algoritmo del contagio”

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“Entrare in un mondo…per perdersi, ritrovarsi e poi un giorno uscirne più arricchiti, perché ciò che vedemmo era lo sconosciuto in noi: il terrore e la gioia, la vita e la morte, l’orrore e la salvezza, l’ordine e il caos” credo che queste parole di Antonio Gnoli in “Chiamatemi Sindbad” sulla Repubblica del 7 ottobre 2020 descrivano perfettamente quello che abbiamo e stiamo vivendo.

Situazione che Michele Mezza ben descrive in “Il contagio dell’algoritmo”

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con continui rimandi a cicliche date di rottura della storia. Mi piacciono queste citazioni storiche perché noi, persi nel tran tran della quotidianità (perché la nostra grande capacità adattativa trasforma in tra tran anche il tempo del covid), non cogliamo il senso di cesura che stiamo vivendo.

Io uso sempre il paragone con la prima catena di montaggio (nessuna invenzione: solo una diversa organizzazione dell’esistente) che determinò una nuova unità di misura della vita, della città, dell’economia, della politica. Ecco ora siamo su un simile crinale: l’affermazione dello smart working, per esempio, stravolgerà egualmente la città, l’economia e – quindi, anche se non immediatamente – le forme d’intermediazione da quella sindacale a quella politica.

Un altro aspetto del testo che mi ha colpito è la constatazione della sospensione del tempo. La sospensione dello spazio è quella che ci appare più evidente tra distanziamento, lockdown e lavoro a casa. Poco invece si riflette sulla sospensione del tempo, l’impossibilità di programmare non dico il futuro ma spesso la stessa quotidianità. Viviamo insomma in un tempo sospeso che blocca l’economia, la politica, la stessa giustizia quasi del tutto bloccata. L’unica realtà che si muove è la scienza, in particolare quella medica. Ma questa sospensione è apparente e non riguarda tutte le situazioni. Il mondo dei grandi interessi infatti, come sempre, sta approfittando della situazione per ristrutturarsi (guardiamo ai processi in campo editoriale, nelle reti infrastrutturali, nei sistemi di pagamento).

Mezza ripete spesso le parole di Peter Piot “il virus è la più grande crisi sociale in tempo di pace” ma vorrei ricordare le parole del Capo di Stato Maggiore della Marina Militare italiana: “Prima tutto avveniva in tre fasi: pace, crisi e conflitto. Ora invece viviamo una costante competizione: non c’è più la vecchia idea di pace, si passa dalla competizione alla crisi” (1). Forse questo tempo sospeso della pandemia è proprio il tempo di questa guerra non guerreggiata. Basta guardare i principali fronti che si sono aperti: USA-Cina e Mediterraneo sud orientale. Entrambi sono fronti principalmente marini dal momento che è il mare l’infrastruttura attraverso cui viaggia la globalizzazione dei beni (container), dei dati (dorsali sottomarine), dell’energia (pipeline). Nel momento in cui l’epidemia sta provocando un restringimento della globalizzazione i fronti di attrito diventano caldi per mantenere o conquistare aree d’influenza.

Ma tornando alla pandemia Mezza dice che “gli apparati amministrativo-sanitari sembrano occuparsi più della dinamica della malattia che del destino dei malati, che diventano indicatori numerici, puri dati da calcolare”; ma è chiaro che in una pandemia l’attenzione di contrasto è puntata sulle dinamiche numeriche. Il punto è che mentre il contrasto centrale deve essere focalizzato su questo, il contrasto territoriale deve invece puntare sui singoli numeri, sui soggetti, in modo da contrastare l’altro fattore numerico rilevante: le percentuali dei decessi e dei guariti. È in questa dicotomia tra fronte verticale e fronte orizzontale che si dispiega la resistenza alla pandemia. È questa dicotomia che ha funzionato in Veneto e non ha funzionato in Lombardia.

Altro punto cardine de “L’algoritmo del contagio” è: “un conflitto fra pochi uomini calcolanti e infiniti uomini calcolati, e, secondariamente, che questo conflitto si consuma sulla base della capacità dei primi di indurre, raccogliere, espropriare e finalizzare a nuovo dominio ogni nostra azione, soprattutto il modo in cui pensiamo a ogni nostro singolo atto”. Una capacità che somiglia in perfetta simmetria alla codificazione dei tempi, dei modi e degli standard produttivi della catena di montaggio. Eppure quella codificazione è stata costretta a scendere a patti quando gli oggetti della codificazione hanno acquisito consapevolezza di essere gli attori di quel ciclo produttivo e si sono ribellati alla regia unica imponendo progressivamente la contrattualizzazione della loro azione produttiva trasformandosi da oggetti a cosoggetti del processo. È necessario allora lavorare a un’analoga presa di cognizione del proprio status cominciando nel campo dello smart working per estenderlo all’intera realtà dei calcolati.

La questione quindi non è tanto la separazione tra “chi regola gli altri e chi viene regolato” ma togliere i contratti individuali (quelli che sottoscriviamo ogni volta senza leggerli quando accediamo per la prima volta ad una piattaforma digitale) dalla solitudine e dall’ignoranza di una scelta solitaria trasformandoli in processi collettivi e guidati per lo meno da parte di agenzie di supporto (anche qui è illuminante l’esempio dello smart working che prevede contratti individuali a cui va innanzitutto offerta una consulenza di supporto di classe per non incorrere in quel “darwinismo sociale” di cui parla Gotor (2).Ma anche lui ricade nella categoria degli “apocalittici” quando paventa “un ritorno…alle condizioni dell’insegnante cinquecentesco che vendeva il suo sapere spostandosi…di corte in corte” a fronte della possibilità di “ciascun docente…titolare di un determinato numero di corsi online che venderà al miglior offerente”.

Che differenza c’è infatti tra questo docente è uno smart worker che contratta la sua prestazione? Entrambi hanno relazioni professionali basate sulla disintermediazione. Ed in entrambi i casi è su questa disintermediazione che bisogna agire non  velleitariamente e inutilmente cercando di abolirla, ma allargando quel vuoto d’interconnessione che esiste tra il datore di lavoro e il lavoratore occupandolo con una funzione orizzontale, e preferisco territoriale, di supporto, consulenza, accompagno, insomma tutto ciò che finora facevano i sindacati con i contratti collettivi. Queste agenzie di nuova intermediazione sociale dovrebbero, appunto su base territoriale, costituirsi come quell’intelaiatura civica/istituzionale che infrastrutturi i territori in via di “quartierizzazione” a causa della riscrittura urbanistica dell’abitare operato dall’epidemia e dal susseguente cambiamento degli stili di vita. Questa modifica interesserà l’intero territorio, partendo dalla rimodulazione delle città si diffonderà fino alle aree più periferiche e interne man mano che saranno rese vivibili dalle infrastrutture digitali e fisiche. Tutti noi che da tempo parliamo di “nuove forme dell’abitare” abbiamo ora la chance e il compito di disegnare in reale queste possibilità.

Allora se, come ci ricorda Mezza, “il territorio è un centro di elaborazione e produzione di dati” e la “territorializzazione dell’assistenza … ora deve diventare un paradigma sociale, non solo per la sanità”, dobbiamo ritornare ad “abitare” oltre che le mappe anche i nostri territori. Emblematico a tal proposito mi sembra il nuovo sipario di Pietro Ruffo del teatro Palladium con due mappe gemelle con la planimetria dei lotti di Garbatella il quartiere dove è ubicato il teatro dell’Universita’ di Roma 3.

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(1) Gianluca Di Feo “Dai pirati ai cavi sottomarini così la Marina difende l’Italia” in Repubblica del 1 ottobre 2020.

(2) Miguel Gotor “I diritti dello smart worker” in L’Espresso del 4 ottobre 2020.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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