Widgetized Section

Go to Admin » Appearance » Widgets » and move Gabfire Widget: Social into that MastheadOverlay zone

L’innovazione, da sola, distrugge il passato ma non costruisce il futuro

Da quando con alcuni amici abbiamo creato questo gruppo di Innovazione Sociale spesso ci chiedono che cosa vuol dire Innovazione Sociale. Siccome sono una persona concreta dopo tanti tentativi teorici di spiegazione sono arrivato all’esempio della rivoluzione automobilistica e vi chiedo d’immaginare un mondo in cui all’innovazione tecnologica dell’automobile non sia seguita l’innovazione sociale della targa, della segnaletica, della patente, del codice della strada, dell’assicurazione obbligatoria e vi chiedo d’immaginare come sarebbe un mondo pieno di automobili senza le regole sociali che la società ha creato per regolamentare e rendere possibile la fruizione di massa di quest’innovazione. Pensate solo a come la rivoluzione della fabbrica fordista sia stata poi seguita dalla creazione del welfare che ha permesso attraverso le case popolari, la scuola dell’obbligo, le pensioni, il sistema sanitario nazionale, ad un popolo di contadini di diventare un popolo di operai e di consumatori. Ora invece siamo nel pieno di una rivoluzione, quella digitale, che s’immagina completamente autoreferenziale e disgiunta da un sistema di regole sociali. Naturalmente non è così, ma perchè è possibile che questa illusione sia credibile? Perché le rivoluzioni precedenti sono avvenute nell’ambito delle dimensioni statuali nazionali per cui è stato semplice, naturalmente si fa per dire perchè il processo è costato lacrime e sangue, costruire la seconda gamba di questi progressi: quella sociale. La rivoluzione digitale invece ha per sua stessa essenza la transanazionalità e direi di più la deterritorializzazione. Questo terribile termine fu usato negli anni settanta da Deleuze e Guattari. Allora noi giovani contestatori la usavamo a più non posso ma sinceramente non avevamo capito assolutamente che cosa volesse dire, come non sapevamo che cosa fosse il rizoma di cui parlavano. Bene oggi voi ditemi dove sta facebook, dove paga le tasse google, in quale tribunale posso citare in giudizio booking.com e ditemi se questa non è deterritorializzazione? E il web con la sua multiforme e appunto rizomatica strutturazione che cos’è se non l’inconosciuto rizoma di Deleuze e Guattari? Ma tornando a noi la rivoluzione digitale essendo per sua natura transazionale se ne frega dei confini, delle leggi, delle tasse, delle lingue, delle culture, delle sensibilità nazionali. E’ una specie di grande potpourri planetario.

Viviamo in una realtà in cui si cambia – per scarti temporali e territoriali – il luogo, l’abitazione, il modello sanitario, l’alimentazione, l’istruzione, il lavoro, la vita sentimentale, il lavoro.

Il welfare dovrà adattarsi a questa realtà.

Dobbiamo immaginare un sistema che permetta iscrizioni e disinscrizioni continue a spezzoni di servizi sociali che cambiano in relazione ai nostri cambiamenti di status e/o di luogo.

Insomma un welfare che funzioni come una sorta di “Lego virtuale”.

Lasciare la costruzione di un tale sistema solo ad assicurazioni private rischia di determinare davvero il grande fratello di memoria orwelliana.

L’unica alternativa è una piattaforma pubblica, e il più internazionale possibile, che permetta l’accumulo di crediti e la fruizione di servizi ove e quando necessari.

Un welfare one to one basato su un mix di welfare territoriale e di welfare aziendale.

Un partenariato pubblico/privato che accompagni la vita dei lavoratori 4.0.

Un sistema in cui siano attori comunità territoriali, enti di prossimità, terzo settore, sindacati e organizzazioni datoriali territoriali.

Costruire piattaforme di Welfare Territoriale in cui ogni soggetto lavorativo trovi e scelga il proprio percorso di welfare tagliato su misura sulla propria vita professionale.

Piattaforme territoriali che, misurando in tempo reale la situazione assicurativa complessiva di un territorio, indichino la situazione degli indici di benessere di quel territorio. Vi renderete conto allora della difficoltà della povera seconda gamba dell’innovazione, quella sghemba, quella sinistra, quella lenta, insomma quella sociale a tenere il passo di un tale cambiamento. Ma, c’è un enorme ma, come potrà reggere una rivoluzione che pressoché elimina il lavoro umano, annienta le convenzioni sociali, religiose, linguistiche, alimentari, sessuali senza il supporto di un corpus di contratti sociali territorializzati che leghino e associno cotanto sviluppo alle abitudini, alle consuetudini, ai tabù dei vari territori in cui si va a dispiegare? Di qui la necessità della povera, negletta, lenta ma necessaria seconda gamba sociale: quella che determina il possibile, il necessario, il quotidiano. E allora il nostro compito ora è quello di fare il lavoro sporco, quello negletto di costruire l’impalcatura sociale che renderà possibile la prossima immissione sul mercato dei 2-3 milioni di robot preventivati dall’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova al posto delle badanti rumene, la futura sostituzione dei negletti automobilisti con le vetture autoguidate già pronte nelle catene di montaggio e così via. Il problema che l’aggettivo sociale si trova però ad affrontare è quello dello scarto temporale che accumula nei confronti del sostantivo Innovazione. Se ora stiamo qui solo a ipotizzare un sistema per lo meno europeo che tuteli le necessità di welfare di una popolazione nomade che tra lavoro, affetti e casa non può avere risolto il suo consumo di servizi sociali su basi nazionali dobbiamo sapere che siamo alla vigilia di cambiamenti epocali delle sovrastrutture di mobilità che tra voli low cost transoceanici, treni a levitazione magnetica in tunnel sottovuoto e la rete merci ad alta velocità della nuova via della seta renderà rapidamente obsoleto lo scenario solo europeo della mobilità professionale delle prossime generazioni. Ma non fasciamoci troppo la testa perchè proprio noi provinciali italiani abbiamo rapidamente e recentemente messo in campo dopo il jobs act per il lavoro dipendente il jobs act per il lavoro autonomo, prodotto un decreto per lo smart working nella pubblica amministrazione e soprattutto prima di tutti cominciato a misurare non solo il Prodotto Interno Lordo ma anche il Benessere Equo e Solidale. Perché signori è qui si giocherà la partita del futuro: perchè non c’è robot che riuscirà a produrre i servizi ad alto valore aggiunto per le persone di cui ci sarà sempre più bisogno nel prossimo futuro e col nostro patrimonio immateriale di bellezza, arte, cultura, paesaggio, storia, cucina, moda e bel canto sicuramente avremo le chances per giocare le nostre carte.

E’ a questi settori lavorativi che pensiamo quando proponiamo un Lavoro di Cittadinanza che crei un meccanismo flessibile d’ingresso nel mondo del lavoro per le giovani generazioni.

Il meccanismo dovrà essere completamente diverso dalla semplice assunzione nei ruoli della Pubblica Amministrazione che poco o nulla innovazione apporterebbe alla stessa.

Occorrerebbe invece immaginare una sorta di nuovo Servizio Civile che entri, con progetti mirati da parte di soggetti profit e no profit, in settori chiave della PA fornendo risposte temporalmente e territorialmente mirate alla risoluzione di specifiche tematiche legate al miglioramento degli indici di BES.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>