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Mafia capitale, “bloccati tutti i servizi sociali a Roma, noi le vere vittime”

redattoresociale

La denuncia delle cooperative riunite in “Social pride”: dopo lo scoppio dell’inchiesta molti bandi sono stati fermati. “Servono nuove regole chiare, ma a pagare non possono essere gli operatori, oggi messi in mezzo a una strada”

“Siamo noi le vere vittime di Mafia Capitale. Siamo noi, insieme agli utenti dei servizi, gli unici che stanno pagando le conseguenze di un sistema che non abbiamo creato. Uccisi due volte, per il danno d’immagine e per la perdita del lavoro”. Lo ripete con forza Carlo De Angelis, portavoce del Social pride, il movimento che a Roma racchiude diverse realtà del terzo settore. Tra queste anche tante cooperative che dopo l’inizio dell’inchiesta hanno dovuto cessare la loro attività. Altre, pur rimanendo in piedi, sono state costrette a licenziare o a mettere in cassa integrazione i propri lavoratori, altre ancora sono in attesa che si sblocchino alcuni bandi per poter ricominciare a lavorare.

“A sei mesi dall’inizio dell’inchiesta, e dopo due anni di amministrazione Marino, il sociale a Roma è completamente bloccato – sottolinea De Angelis – Il governo della città ha tradotto gli scandali di Mafia capitale in una riduzione drastica dei servizi e delle risorse e ha promosso nuovamente la cultura del bando di gara al massimo ribasso per l’affidamento dei servizi sociali. Clausola già nota e vigente ai tempi in cui Carminati & co, con la quale si spartivano il territorio del mondo di mezzo, escludendo di fatto quelle cooperative, realtà associative che per orientamento e fatturati non erano certamente in grado di sostenere quelle offerte”. Per il Social pride oggi c’è una volontà politica di strumentalizzare la vicenda, mentre tutto il settore “infangato dalle vicende dell’inchiesta” rischia il collasso.Tra le cooperative più colpite dallo scandalo ci sono quelle che lavorano sulla manutenzione del verde pubblico. Come la cooperativa “Il trattore”, che a Roma negli ultimi anni si era aggiudicata anche alcuni appalti dell’amministrazione capitolina. “Il nostro contratto era in scadenza, per cui stavamo aspettando di partecipare al nuovo bando. Ma dopo lo scoppio dell’inchiesta si è fermato tutto – racconta Massimo Martorana, socio della cooperativa – Così ora siamo in cassa integrazione. Comprendiamo le necessità di un controllo più scrupoloso ma non è un buon motivo questo per mettere fine a tutti gli interventi sociali. Tra l’altro la metà dei nostri lavoratori sono disabili psichici, cosa potranno fare adesso?”. Sulla stessa scia anche Stefania Boccatelli di “La cacciarella”, una cooperativa sociale di tipo B impegnata anch’essa nella gestione del verde pubblico. “Noi non siamo mafiosi, noi non abbiamo rubato eppure siamo quelli che ci rimettono – sottolinea – i nostri servizi sono bloccati. Molti di noi hanno perso il lavoro, e la cosa di cui non ci si rende conto è che queste persone che ora sono costrette alla disoccupazione, sono le più precarie della società: ex tossicodipendenti ed ex detenuti, disabili psichici, persone non laureate che altrove non troverebbero un’altra occupazione”.

Oltre allo stop dei servizi legato all’inchiesta Mafia Capitale, il Social pride denuncia il taglio delle risorse al Welfare. “La lista delle azioni contrarie all’affermazione di una nuova visione di welfare a Roma si allunga sempre di più: nei tagli dei servizi, nel licenziamento di operatori coinvolti nei progetti, nell’immobilismo di una burocratizzazione eccessiva, nell’incapacità di programmare misure di contrasto alla povertà, nell’accordo sul decreto salva Roma che sottrae risorse e provoca ancor più crisi e disagio – sottolineano -. Il welfare che vogliamo si inserisce in una prospettiva differente, è centrato sulla partecipazione e il protagonismo dei cittadini e delle organizzazioni del lavoro sociale. Ma senza risorse non è pensabile rilanciare vere politiche sociali e interventi credibili nelle periferie”. Nell’area delle tossicodipendenze, per esempio, “i fondi per i servizi sulle dipendenze sono passati dal 2,5 milioni di euro degli anni passati a zero nel 2015 – afferma Stefano Regio, della cooperativa “Il cammino” – Noi siamo eravamo già stati decimati dalla giunta Alemanno, oggi dobbiamo ancora recuperare 420mila euro di lavori già effettuati. Siamo in attesa, nel frattempo molti dei nostri lavoratori sono stati licenziati altri sono stati dirottati su altri servizi”. A trovarsi in difficoltà sono anche le cooperative che operano nel campo dell’emergenza abitativa. Come spiega Efrem Muci di “Stand up”: “Noi lavoriamo nel residence di Campo Farnia, dove ci sono 130 famiglie in difficoltà. Il 30 giugno chiudiamo, noi perderemo il lavoro e non sappiamo neanche dove andranno a finire le persone che oggi assistiamo”.

Per portare all’attenzione dell’amministrazione capitolina la situazione di chi opera nel sociale a Roma, oggi il Social Pride è intervenuto alla conferenza stampa di Cittadinanzattiva, alla presenza degli gli assessori al Welfare e alla Legalità, Francesca Danese e Alfonso Sabella. “E’ fondamentale restituire quella dignità al lavoro sociale, che questa Giunta non è stata in grado di dare ai lavoratori e a tutti i cittadini, migranti e non, su cui gli uomini illustri di Mafia capitale hanno speculato e rubato – ha sottolineato il Social pride -. Vogliamo un osservatorio per gli affidamenti dei servizi e interventi sociali in grado di controllare l’applicazione dei contratti e proporre la definizione di nuove regole. E chiederemo un tavolo con l’assessora Danese e il sindaco Marino per individuare nuove regole nella gestione di queste politiche”.

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