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Quello che non so di lei (D’après une histoire vraie)

POLANSKI è sempre POLANSKI

di Roman Polanski. Con Emmanuelle Seigner, Eva Green, Vincent Perez, Dominique Pinon Francia, Belgio, Polonia 2017

Delphine de Vigan (Seigner), scrittrice di successo, sta firmando la copie del suo ultimo romanzo – basato sulla storia della madre morta suicida – e quando, affaticata e angosciata dalla folla dei fan, chiede all’editor Karina (Josée Dayan) e all’addetta stampa Oriane (Camille Chamoux) di chiudere l’incontro, i presenti si arrabbiano e lei non può firmare (per non aggravare la tensione) la copia che le porge una coinvolgente sconosciuta (Green). Dopo poco, con le sue due accompagnatrici, si reca ad una festa per incontrare il suo editore italiano (Leonello Brandolini) e lì la rincontra: si chiama Leila ma si fa chiamare Lei/Elle e, dopo averle firmato il libro, si ferma a bere e a chiacchierare con lei. Da qui nasce una complessa, ambigua amicizia, nella quale la scrittrice è sempre più affidata all’altra. Elle dice di essere anche lei scrittrice ma che il suo nome non appare mai perché il suo lavoro è quello di scrivere “autobiografie” di personaggi celebri. Delphine è fidanzata con Francois (Perez), critico letterario di successo e star di una seguita trasmissione televisiva, che sente che Elle ha un’influenza negativa su di lei e cerca, invano, di metterla in guardia. Lui deve partire per un giro di interviste ai maggiori scrittori statunitensi ed inglesi e Elle – a cui Delphine (poco abile nel gestire internet) ha, di fatto, affidato la piena gestione della sua vita pratica – le si piazza in casa, dicendole che il proprietario dell’appartamento nel quale abitava se lo era ripreso. Un giorno Delphine fa colazione con Karina e scopre che Elle ha scritto a tutti i suoi contatti, invitandoli a non farsi vivi, perché la stesura del nuovo romanzo (sul quale Leila aveva da sempre espresso aspre riserve, invitandola a continuare a scrivere di se stessa) procedeva a rilento e lei aveva bisogno di concentrazione. Tornata a casa, esasperata, litiga con l’amica, che se ne va. Poco tempo dopo, però, uscendo di casa inciampa per le scale e si frattura una gamba e Elle, che era andata a riprendere le sue cose la accompagna in ospedale e ritorna con lei. Decidono di andare per qualche tempo nella casa di campagna di Francois e lì, di nascosto dall’altra, Delphine – abbandonato il romanzo sul quale si era arenata – comincia a scrivere un libro sulla vita, attraversata da tragedie, dell’amica. Un giorno questa si mette ad urlare: ha visto un topo e lei è terrorizzata dai ratti; si precipita a comprare trappole e veleno e chiede a Delphine di portarli in cantina, attraverso la botola di comunicazione. Lei, seppur impedita dalla gamba ingessata, lo fa e quando risale vede Elle accanto agli appunti del libro su di lei che sta scrivendo. Poco dopo una zuppa di pesce preparata dall’amica le fa venire un forte malore e, per giorni e giorni, continua a stare malissimo. Una notte Raymond (Pinon) il vicino, mandato da Francois – preoccupato per l’assenza di notizie – bussa a porte e finestre ma Delphine, debilitata, risponde con un filo di voce e l’altro non la sente ma, a questo punto, lei, raccolte le ultime forze, riesce a fuggire nella notte. Viene ritrovata svenuta in un fossato il giorno dopo e in ospedale, dove la raggiunge Francois, le diagnosticano un’intossicazione da veleno per topi. Qualche tempo dopo la vediamo firmare le copie del suo romanzo Da una storia vera e tra il pubblico, con un sorriso enigmatico, si materializza, per poi subito scomparire Elle.

Dico, in premessa, che ho scelto di parlare di questo film, non il migliore e il più originale di Polanski, scrivendone le lettere in maiuscolo nell’occhiello, per rispondere all’ipocrisia moralistica che sta di nuovo (in questi giorni di Metoo) circondando il nome del grande regista; è, direi, la prima volta che un suo film viene lanciato, lasciando quasi in ombra il suo nome. Non è questione di condanna o assoluzione: un autore si giudica per le sue opere, lasciando il giudizio morale ad altre, distinte sedi. In questi giorni si sono fatti nomi di artisti grandi ma non certo irreprensibili (Caravaggio, Picasso, Pasolini, Chaplin); a me viene in mente un esempio letterario: nelle Lettere dello yage – scambio di corrispondenza tra Allen Ginsberg e William Burroughs sui rispettivi viaggi in Sud-America per provare nuove sostanze allucinogene – Burroghs lamenta la scarsa igiene dei ragazzini indios con i quali fa l’amore. Nessuno allora si è soffermato moralisticamente su questo particolare ma, giustamente, sul valore letterario e documentario di un importante momento della scrittura “lisergica” dei due poeti. Tornando al film, non è come ho detto un capolavoro ma è pur sempre un bel racconto, molto interno ai temi di Polannski: la doppiezza, l’ambiguità, la forza irresistibile del male, come in Repulsion, Rosemary’s baby, La nona porta, L’uomo nell’ombra e, in qualche modo, Venere in pelliccia. L’idea di adattare il romanzo della vera Delphine de Vigan, Da una storia vera, è di Olivier Assayas (autore del non dissimile Sils Maria) e, certo, ha molti precedenti – Misery non deve morire, Eva contro Eva, Inserzione pericolosa, Il servo, tra i tanti, per non parlare degli ottimi thriller televisivi degli anni ’90, con al centro la feroce difesa di un’identità carpita – e che Roman lo abbia considerato poco più che un divertissement lo si evince anche dalla presenza nel cast di amici non attori come il vero editore Leonello Brandolini e la regista Josée Dayan ma, in molti momenti, la mano di Polanski si fa sentire, eccome! Forse la dura Seigner non è sempre assonante con le fragilità di Delphine ma la dark Eva Green è una splendida e naturalmente polanskiana presenza.

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